Ricercatori sanitari precari da 30 anni, “Ora basta”

Ricercatori sanitari precari da 30 anni, “Ora basta”

Sono arrivati da tutta Italia e si sono ritrovati questa mattina a Roma, davanti al Ministero della Salute, sotto la bandiera della Fp Cgil che era lì a sostenerli. Stiamo parlando dei ricercatori sanitari e collaboratori che, nonostante le scottanti temperature della Capitale, sono rimasti due ore sotto al sole per chiedere la propria stabilizzazione. Esatto perché, nonostante l’importanza del loro ruolo, sono precari da 30 anni.

Hanno dato prova del loro essere indispensabili proprio nella recente emergenza pandemica che ci ha travolti tutti. Di fronte all’incertezza e alla paura che hanno accompagnato i primi giorni di quel marzo 2020, quando sapevamo ancora poco del virus ma abbastanza da temerlo, la ricerca scientifica è stata un’ancora a cui aggrapparsi, un punto fermo, una certezza. Per questo, in quel clima di fiducia verso le soluzioni che avrebbe potuto portare la ricerca sanitaria, non poteva non emergere e fare scalpore tra l’opinione pubblica la precarietà che dilaga nel settore da trent’anni. Ed è così che i media hanno cominciato a parlare dello straordinario lavoro dei ricercatori nella lotta contro il Covid-19 e dell’urgenza di valorizzarli con una dovuta stabilizzazione. Ma per qualche caso di lieto fine, una moltitudine di ricercatori sanitari e collaboratori vive ancora oggi la precarietà e non vede all’orizzonte alcuna risposta della politica.

Quella di questa mattina era una piazza ricca di persone, di storie da raccontare, di contributi da valorizzare. Noi abbiamo parlato con alcuni di loro e ci siamo fatti raccontare il vissuto e le prospettive di un futuro incerto.

Gilda è un’infermiera di ricerca che lavora allo Spallanzani di Roma da 18 anni. Da allora è sempre stata precaria, passando da contratti di collaborazione a contratti a tempo determinato. Non sa cosa accadrà quando il contratto sarà scaduto. “È vergognoso lasciare la ricerca sanitaria in queste condizioni, stiamo parlando di salute pubblica. In questo modo la stanno semplicemente distruggendo, molti colleghi stanno cambiando lavoro perché continuare così è impossibile”.

 

 

Anna è una giovanissima ricercatrice di 23 anni, sta prendendo una laurea specialistica in Biotecnologie e da un anno e mezzo lavora come ricercatrice allo Spallanzani di Roma, da precaria. “Sono solo all’inizio del mio percorso e c’è tanto entusiasmo e voglia di lavorare. Ma se penso al futuro, alla possibilità di farmi una famiglia e di stabilizzarmi, mi butto giù”.

 

 

Questa mobilitazione sembra aver raccolto qualche frutto: la promessa da parte delle istituzioni di rivedersi alla fine dell’estate per discuterne insieme e trovare soluzioni. Ancora poco ma pare che una certezza metta tutti d’accordo: quelle soluzioni servono. Se non altro per non doversi ritrovare ad affrontare l’ennesimo imprevisto in emergenza. La ricerca sanitaria è il motore di un Paese, è il suo sguardo al futuro. E l’esperienza ci insegna che essere miopi sarebbe un grave errore.