Servizi educativi

Perché investire nei servizi educativi per l’infanzia conviene?

In Italia, come in Europa, i servizi educativi per l’infanzia occupano una posizione marginale nella spesa pubblica, ma di contro risulta sempre più evidente la loro centralità nel sistema economico e per il benessere sociale. Oltre agli effetti positivi che un potenziamento di questi servizi avrebbe sulla socializzazione dei bambini, infatti, ci sono da considerare anche quelli che si avrebbero sulla disparità occupazionale e di reddito legata al genere e quelli sulla conciliazione tra vita e lavoro.

Secondo uno studio dell’Istituto per la ricerca economica (Ifo) dell’università di Monaco di Baviera, un efficiente servizio di assistenza all’infanzia aumenta del 35% la probabilità che una donna lavori. Inoltre, nei casi in cui si possa usufruire di asili nido aperti a tempo pieno e non a mezza giornata, il reddito medio delle madri aumenta di 290 euro al mese. Se si tratta di donne laureate, anche di 475 euro.

Ma non finisce qui. La ricerca dell’istituto tedesco si concentra particolarmente sul danno economico causato da un’offerta insufficiente di servizi educativi 0-3 anni, ripartendolo su due livelli. Il primo è quello del cosiddetto capitale umano. Se i bambini andassero al nido, specie quelli di origine straniera, potrebbero migliorare lo sviluppo linguistico e aumentare così le possibilità di avere un buon percorso scolastico. I benefici per lo Stato e per l’economia sarebbero considerevoli: una buona istruzione forma persone più competenti e garantisce maggiori entrate fiscali. Secondo l’Ifo ogni anno di scuola in più fa crescere del 10% il reddito complessivo percepito nel corso della vita.

Negli ultimi tre decenni i servizi educativi per l’infanzia sono stati oggetto di grandi trasformazioni. Da una parte, la crescita della domanda, determinata da fattori sociodemografici, ha spinto le autorità pubbliche ad aumentare l’offerta dei servizi. Dall’altra, tale aumento è avvenuto in condizioni di austerità nella finanza pubblica. Questo ha portato molti Paesi, tra cui il nostro, a ricorrere a politiche di privatizzazione e di esternalizzazione, spesso con un peggioramento delle retribuzioni e delle condizioni di lavoro del personale, con inevitabili ricadute sulla qualità del servizio.

In Italia si è assistito ad una crescita della copertura dei servizi educativi per l’infanzia arrivando a garantirli per il 25-28% dei bambini di età 0-3, ma le regioni del Sud si aggirano di poco sopra il 10%. Parliamo comunque di una crescita limitata se confrontata con quella di altri Paesi europei simili al nostro come la Spagna. Le condizioni di lavoro e i salari, tradizionalmente bassi, mostrano un tendenziale peggioramento nel corso del tempo e, soprattutto, un forte dualismo tra lavoratori pubblici e privati. Ma le criticità più urgenti riguardano la carenza del personale. Un problema che si farà sempre più grande ma che il PNRR per ora non sembra affrontare, concentrandosi invece sull’espansione strutturale dei servizi.

Come se non bastasse gli educatori e le educatrici subiscono una scarsa valutazione della propria professionalità. Dal punto di vista contrattuale il settore dei servizi educativi per l’infanzia è soggetto ad una forte frammentazione, peraltro in tendenziale aumento, con la presenza di un’ampia pluralità di contratti collettivi di lavoro, pubblici e privati. Oltre ai contratti nazionali di settore, infatti, si aggiunge una pletora di contratti di applicazione locale che in alcuni casi sono veicolo di dumping contrattuale da parte dei datori di lavoro. In questo contesto, questa frammentazione non può far altro che generare una forte eterogeneità delle retribuzioni e delle condizioni di lavoro del personale.

Lo studio dell’Istituto per la ricerca economica (Ifo) ha dimostrato che i servizi educativi per l’infanzia sono fondamentali, non soltanto per le famiglie, ma anche per lo Stato. Nel corso degli anni questi portano una riduzione della spesa sociale, maggiori entrate fiscali e aumentano il potenziale di crescita dell’economia. La domanda, quindi, è quanto tempo ancora dovrà passare e quanto ancora dovranno ingrandirsi i problemi menzionati prima che le istituzioni e la politica si rendano pienamente conto che questo settore non può continuare ad occupare una posizione marginale nell’investimento pubblico.

 

Di Matteo Mercuri