Lasciare i figli al nido: un’opportunità educativa o una necessità delle famiglie?

Lasciare i figli al nido: un’opportunità educativa o una necessità delle famiglie?

Ne parliamo con Angelica Arace, Docente di Psicologia evolutiva all’Università di Torino

È un dibattito molto sentito, sempre aperto, quello riguardo la partecipazione dei bambini all’asilo nido. C’è chi parla della irrinunciabile funzione educativa del sistema scolastico; chi ritiene che, quando possibile, sia più giusto tenere i figli a casa fino ai 3 anni di età, e chi si vede costretto a portarlo a scuola per esigenze lavorative pur senza convinzione. E allora come dovrebbe comportarsi un buon genitore? Angelica Arace, Docente di Psicologia evolutiva presso l’Università di Torino, ci ha aiutato a fare chiarezza.

È un po’ il dubbio di tutti i neogenitori: asilo nido sì o asilo nido no? Decidere di far frequentare al proprio figlio la scuola fin dai primi mesi di vita è una scelta “costretta” da parte di genitori che lavorano o può essere una decisione, voluta e consapevole, che ha degli effetti positivi sull’evoluzione e il benessere del bambino?

Io dico “nido dipende”. È sicuramente un’opportunità per il bambino di inclusione sociale e di vivere esperienze sensoriali ed educative importanti, e per tutti i genitori che hanno non solo necessità ma anche diritto di investire nella propria professione. Ma sarebbe opportuno che ogni genitore valutasse di inserire il proprio figlio all’interno del nido con la consapevolezza del suo ruolo educativo. E quindi sceglierla non solo sulla base di elementi come la vicinanza del servizio alla propria abitazione, la disponibilità di fascia oraria e di posti, ma anche sulla base dell’offerta formativa e del personale, in modo da conoscere fino in fondo a quali persone e a quale istituzione stia affidando il proprio bambino. Il nido rappresenta una opportunità se propone un servizio di qualità, con personale adeguatamente formato per seguire le tappe di sviluppo del bambino. Ma dobbiamo anche tener conto delle caratteristiche specifiche di ogni bambino, dei suoi aspetti temperamentali, dell’età, della capacità di adattarsi e di reggere ritmi di una quotidianità molto intensa. Per cui non esiste un’unica risposta, non si può dire che in assoluto il nido faccia bene o faccia male, che sia un’esperienza positiva o negativa. L’importante è che sia un’esperienza di benessere per i bambini e non un semplice parcheggio.

Quali sono i maggiori vantaggi e quali gli svantaggi della partecipazione di un bambino al nido?

Su questo c’è un importante dibattito. Il nido offre una serie di opportunità di apprendimento, di stimolo allo sviluppo cognitivo, linguistico, psicomotorio. Il più grande vantaggio è che rappresenta un laboratorio di socialità, soprattutto per i figli unici o per le famiglie che fanno fatica a frequentare altre famiglie con bambini della stessa età. Può essere davvero una porta sulla comunità, sia per i bambini che possono vivere le prime forme di socialità, ma anche per i genitori che possono conoscere altre famiglie con cui fare un percorso di vita insieme. Inoltre, le esperienze che si fanno al nido si distinguono da quelle che si possono fare mediamente in famiglia per la presenza di una intenzionalità educativa e la precisa conoscenza dei bisogni del bambino, delle sue tappe di sviluppo e del suo modo di imparare. D’altra parte, il cruccio dei genitori è sempre il timore che un distacco di diverse ore possa far male al bambino e che sarebbe preferibile un rapporto individualizzato. Questo è un tema molto scottante. Più i bambini sono piccoli più, indubbiamente, hanno bisogno di una relazione individualizzata, di un adulto attento oltre che al gruppo anche alle esigenze, ai bisogni, alle specificità e al modo di essere del singolo bambino. Se abbiamo tanti bambini e pochi educatori e insegnanti, è ovvio che questa relazione ne risente. La ricerca ci dice che nei bambini che trascorrono tante ore al nido, soprattutto nella fascia pomeridiana, aumentano i livelli di stress perché sono molto più affaticati. Quindi è comprensibile che un genitore si ponga questa domanda: starebbe meglio a casa dove c’è qualcuno che si occupa di lui in maniera esclusiva, come un nonno o una baby sitter? Io credo che si debba trovare un equilibrio. Qualcuno sceglie, nei primi anni di vita, di sospendere la propria attività lavorativa, quando è consentito. Una buona formula può essere un “part-time scolastico”, con una parte della giornata nella struttura e il resto del tempo con una persona di fiducia. Queste però chiaramente sono scelte virtuose, teoriche che non sempre si conciliano con le esigenze lavorative che tutte le famiglie affrontano. È importante però che il genitore sappia che anche se il bambino trascorre tante ore a scuola e si affeziona agli insegnanti, non verrà meno la qualità del rapporto genitore-figlio. L’importante, soprattutto quando sono molto piccoli, è dargli un po’ di spazio a fine giornata in modo da compensare la mancanza vissuta durante la giornata.

Si riscontrano differenze “tangibili” tra bambini che approcciano fin da piccolissimi al sistema scuola e quelli che si inseriscono all’età di 3 anni?

Sono molti gli studi che cercano di comprendere se una partecipazione ai servizi educativi nei primi anni di vita rappresenti, nel medio e lungo termine, un vantaggio rispetto ai risultati scolastici e alle competenze sociali. Sicuramente i primi anni sono fortemente recettivi e imparare precocemente a stare con gli altri e a vivere la propria autonomia può per alcuni bambini rappresentare una buona opportunità. Ma non possiamo affermare con certezza l’opposto, cioè che un bambino che non frequenta il nido d’infanzia avrà un rendimento scolastico inferiore e minori capacità di socialità. Dipende da cosa gli viene offerto in alternativa. La vita è fatta di tutta una serie di esperienze che modificano il nostro percorso.

Come affrontare il distacco e l’inserimento del bambino all’asilo? Qual è l’atteggiamento migliore da adottare?

Innanzitutto, l’atteggiamento che ha il genitore nei confronti della struttura è fondamentale per trasmettere serenità al proprio figlio. Se il genitore è fiducioso, riuscirà a trasmettere questa stessa fiducia al bambino. Questo è il punto di partenza per il bambino per affrontare il distacco. E poi bisogna essere consapevoli che il distacco è inevitabilmente doloroso, per il bambino ma anche per i genitori che vivono emozioni contrastanti. Da un lato c’è la gioia di offrire un’opportunità al proprio bambino e di tornare a lavoro, dall’altro il dispiacere e il senso di colpa di lasciarlo. Il bambino, dal canto suo, può mostrare curiosità, interesse per i nuovi giochi, i nuovi compagni, ma quando capisce che questo significa stare lontani tante ore dai genitori subentra la tristezza, per alcuni la paura, per altri addirittura sentimenti di angoscia più intensi. Questo è naturale. Bisogna essere consapevoli che si tratta di un momento di transizione e avere il coraggio di viverlo, senza affrettare i tempi. Io, infatti, sono molta contraria agli inserimenti frettolosi a scuola. Bambino e genitore hanno bisogno di ambientarsi. Capisco le difficoltà dei genitori sul piano lavorativo ma quello è un momento delicato che solo loro possono gestire al meglio. È importante che il genitore stia a scuola il più a lungo possibile. Spesso mi chiedono quanto tempo ci vorrà. Mediamente un bambino in una settimana riesce a familiarizzare con la struttura ma per alcuni c’è necessità di più tempo. Bisogna aspettare che siano pronti, che non significa che non piangeranno più ma che saranno in grado di consolarsi e godere dell’esperienza pur con la mancanza dei genitori. Mai separazioni a tradimento, mai andare via mentre il bambino si distrae, mai raccontare delle bugie. Bisogna avere la capacità di dire al bambino che anche noi siamo dispiaciuti, che però dobbiamo andare a lavorare, che siamo certi che starà bene e che torneremo presto a riprenderlo. Anche se i bambini sono piccoli è importante parlare con loro, trovare delle frasi-chiave, delle parole semplici, ripetute, ritualizzate, come “Ci vediamo presto” o “Mamma torna presto”, in modo da rassicurare il bambino che imparerà questo movimento dell’andare e del tornare. Solo questo gli permetterà di affrontare pian piano serenamente il distacco.

 

di Martina Bortolotti