Il diritto di essere bambini. Parola alla pedagogista

Il diritto di essere bambini: parola all’esperta

“I servizi educativi sono luoghi preziosi, per i bambini ma anche per i genitori”

Quali sono i bisogni e i diritti di un bambino? Qual è il ruolo della scuola nella vita di una famiglia? In occasione della Giornata mondiale dell’infanzia ne abbiamo parlato con Barbara Bernardi, coordinatrice pedagogica del Comune di Riccione.

Qual è il compito dei servizi educativi nella vita di un bambino e delle famiglie?

Sono convinta che i servizi educativi siano dei luoghi di prevenzione, dove si traducono i diritti dei bambini attraverso la presa in carico e la cura. Dei luoghi preziosi dove il bambino ha l’opportunità di apprendere insieme ad altri bambini. La sua è una crescita nell’autonomia ma all’interno di un gruppo, di una comunità. Però è anche il luogo dove i genitori possono trovare degli spazi di confronto e di crescita genitoriale, un supporto al loro ruolo che può essere svolto non in solitudine ma con qualcuno pronto ad accompagnarli. Il bambino osserva chi ha intorno quindi l’adulto è una figura significativa, un modello che lo aiuta nel tempo ad orientarsi nel mondo e nella vita. La fragilità del bambino il più delle volte rispecchia la fragilità del genitore. Oggi che viviamo una complessità disorientante, i servizi educativi devono ancor più sentire la loro responsabilità e il contributo che possono dare alle famiglie.

Secondo Lei, come mai oggi i genitori riscontrano maggiori difficoltà?

Quello che posso dire è che vedo che, rispetto al passato, ci sono dei genitori molti più attenti e desiderosi di fare bene il loro lavoro genitoriale. Sono genitori interessati, che si documentano, con una formazione e un livello culturale diversi. La loro difficoltà, però, è collegata ad una mancanza di sicurezza, all’incapacità di mettere in pratica tutto quello che sanno. Sembra quasi che manchino di coraggio, che siano timorosi di sbagliare. Guardano soprattutto il lato prestazionale, di sé e anche dei bambini, piuttosto che quello relazionale. Dovrebbero curare soprattutto l’autostima, la curiosità, la voglia di provare, anche se si sbaglia. Il risultato è che abbiamo bambini che dal punto di vista prestazionale hanno una buona coordinazione, fanno ginnastica e attività extra-scolastiche, conoscono l’inglese, ma poi sono emotivamente molto fragili di fronte alle frustrazioni, agli insuccessi in classe. Il bambino oltre a saper fare deve saper essere. I servizi educativi hanno una grossa responsabilità nell’accompagnare i genitori, per insegnarli ad accettare l’imperfezione. Il bambino non ha bisogno di un genitore perfetto, ha bisogno di un genitore presente, disponibile, che lo ascolti.

Quali sono, dunque, i bisogni e i diritti di un bambino?

Uno dei bisogni tipici dei bambini è quello di giocare e di farlo insieme a dei pari, di trovare un ambiente dove esprimersi liberamente. Ha bisogno anche di sentirsi protagonista individualmente, di ricevere attenzione. L’adulto deve essere accogliente, ascoltarlo, comprenderlo, incoraggiarlo. E poi non dimentichiamoci che il bambino ha il diritto di fare il bambino: deve poter oziare, stare all’aria aperta, sporcarsi, muoversi, cantare, giocare, arrampicarsi. A volte queste cose gli vengono precluse. E invece è così che si cresce, confrontandosi con gli altri e con sé stessi, sperimentando nuove situazioni e i propri limiti. L’adulto deve presidiare a distanza. Spesso ci ritroviamo a dover dire ai genitori: “Ricordatevi che sono dei bambini”. E, infine, crescendo, il bambino ha il diritto di andare, e di trovare qualcuno che lo lasci andare e non lo tenga stretto.

Secondo Lei, la formazione del personale che si occupa dell’inclusione scolastica dei bambini con disabilità è adeguata?

Non lo sarà mai. Perché è un tema che richiede una formazione continua. Disabilità, patologie, difficoltà dei bambini sono sempre nuove e variegate. Per esempio, ora ci sono dei nuovi disturbi legati all’uso dei dispositivi digitali. Noi stiamo facendo corsi di formazione per permettere che il personale sia sempre preparato. E abbiamo riscontrato che più lavoriamo per creare un contesto inclusivo più è istruttivo per tutti gli altri bambini.

Asilo e babysitter: sono la stessa cosa?

Il nido nasce negli anni ’70 come un servizio assistenziale per permettere alle mamme di lavorare. Ma da allora sono passati 50 anni e il servizio è diventato di tipo educativo. Oggi all’asilo i bambini vengono aiutati a crescere. Il personale è qualificato, professionale. Spesso le babysitter non hanno una formazione specifica e comunque manca la parte relazionale, le esperienze di tipo sociale. La dimensione emotiva fa la differenza nella crescita dell’individuo, è quella che rende la persona unica.

Abbiamo parlato di diritti dei bambini. Ma ci sono anche i diritti di insegnanti ed educatrici. Come sono le vostre condizioni di lavoro?

Così come è importante ascoltare i bambini, lo stesso vale per gli adulti. Bisogna ascoltarli perché ci riportano le fatiche, i bisogni, gli interessi, le passioni. Hanno il diritto di avere qualcuno che si prenda cura di loro, come loro si prendono cura dei bambini. Hanno bisogno di qualcuno che non le dimentichi, che le riconosca. Il riconoscimento dà valore anche al servizio. In passato c’era un riconoscimento della scuola e dell’insegnante, oggi l’insegnante rischia di essere ripresa dal genitore. Più riusciamo a rendere visibile il valore del servizio, maggiore sarà il riconoscimento dell’istituzione. E in questo periodo ne abbiamo davvero bisogno.

 

di Martina Bortolotti