Equilibrio tra lavoro e vita privata: cosa dice l’Europa 

Equilibrio tra lavoro e vita privata: cosa dice l’Europa 

Ritmi di lavoro frenetici e scarsità di servizi educativi sono certamente due delle principali ragioni che spiegano il calo della natalità o, per chi sceglie di avere un figlio, la decisione di ricorrere ad un part-time o – addirittura – di lasciare il proprio lavoro, soprattutto le donne. Ma come funziona nel resto d’Europa? Esistono delle linee guida per aiutare le famiglie a conciliare il proprio lavoro con la vita privata? Ci sono esempi virtuosi?

Da dove siamo partiti e dove siamo arrivati

Già nel lontano 1985 quella che al tempo era la CEE (Comunità economica europea) emanò una direttiva (la 92/85) che riguardava le “lavoratrici gestanti” e che riconosceva alle donne il diritto ad un congedo di maternità di 14 settimane, di cui due obbligatorie, con una retribuzione pari almeno a quella dei periodi di malattia. 

Da allora sono stati fatti diversi ritocchi e interventi sulle linee guida. Tra questi va sicuramente citato quello del 2009 che introduce l’idea rivoluzionaria del “congedo di paternità”, riconoscendo finalmente anche la figura paterna come responsabile del ruolo genitoriale di cura, fin dai primi momenti della vita del bambino. 

Infine, nel 2019 è stata emanata una nuova direttiva europea che, sulla stessa linea e più in generale, tratta di “equilibrio tra attività professionale e vita familiare”, introducendo nuove norme che mirano ad aiutare le persone a sviluppare sia la carriera che la vita familiare. Ma cosa prevede la nuova direttiva europea?

Il congedo di paternità

Secondo la nuova direttiva europea, i padri hanno diritto ad un congedo di almeno dieci giorni lavorativi in occasione della nascita di un figlio, con una retribuzione pari almeno alla malattia. 

Ma quella verso la piena fruizione del congedo di paternità è una strada tortuosa attraverso una cultura patriarcale che ha visto a lungo la donna come unica figura responsabile dell’accudimento del bambino. Attualmente tutti i paesi europei garantiscono il diritto al congedo per i padri, con una media di 11 giorni. Tra gli esempi virtuosi troviamo la Spagna che garantisce ben 90 giorni di congedo retribuiti al 100%. Ottimo esempio anche quello della Slovenia che garantisce 30 giorni con una retribuzione del 90%. Va citata anche la Romania che prevede 15 giorni di congedo completamente retribuiti, a patto che il padre segua un corso sulla cura dei figli. Infine la Bulgaria con 15 giorni retribuiti al 90%. In Italia, dal 2021 il congedo di paternità è salito a 10 giorni, come previsto dalla direttiva europea.

Ma da uno studio di Eurofound che ha coinvolto 23 paesi dell’Ue emerge che solo il 10% dei padri decide di usufruire del permesso per assentarsi dal lavoro, con uno spettro che va dallo 0,02% della Grecia fino al 44% della Svezia. Per questo si è reso inevitabile introdurre il concetto di “non trasferibilità”, applicato più in generale al congedo parentale.

Il congedo parentale

Secondo l’ultima direttiva europea ciascun genitore ha diritto ad almeno quattro mesi di congedo parentale, di cui due mesi retribuiti e, soprattutto, non trasferibili. Questo significa che il genitore ha l’obbligo di usufruire di questi due mesi senza poter trasferire il diritto alla madre, come si usava fare spesso in precedenza. Se si decide di non usufruire del permesso, quindi, si perde. In Svezia, per esempio, ai genitori spettano complessivamente 480 giorni, ma di questi 60 sono riservati esclusivamente al padre e 60 alla madre. In Slovenia i neo-genitori hanno a disposizione 130 giorni di permesso ciascuno, pagati al 90%, e solo una parte di questi è trasferibile. In Italia, invece, il diritto all’astensione dal lavoro vale per un periodo complessivo di 10 mesi, da ripartire tra i due genitori e solo una minima parte è trasferibile.

Il lavoro flessibile

Infine, la nuova direttiva europea introduce il diritto alla flessibilità sul lavoro per quanto riguarda luogo e orario. Tutti i lavoratori con figli fino a 8 anni, infatti, hanno diritto di chiedere una temporanea riduzione dell’orario di lavoro, senza dunque rinunciare alla formula “full-time”, e una flessibilità riguardo il luogo dove svolgere la propria attività

Tra il dire e il fare… 

Questo, almeno, è quello che dice la direttiva europea. Purtroppo, però, non abbiamo solo casi virtuosi o nella media. Ci sono anche Paesi che non si sono adeguati come avrebbero dovuto alle nuove linee guida dell’Europa. È partita infatti una procedura di infrazione nei confronti di undici Stati membri: Belgio, Repubblica Ceca, Irlanda, Grecia, Spagna, Francia, Croazia, Cipro, Lussemburgo, Austria e Slovenia. Questi Paesi avranno alcuni mesi di tempo a disposizione per rivedere le proprie leggi nazionali a favore del principio avallato dalla direttiva europea, che mira a promuovere la parità di partecipazione di uomini e donne al mercato del lavoro, incoraggiando l’equa ripartizione delle responsabilità di assistenza tra i genitori. Qualora questi Stati non si adeguassero per tempo, verranno sanzionati dall’Ue.

In Italia, quindi, va tutto bene?

Il fatto che l’Italia non rientri nell’elenco dei Paesi passibili di sanzione, e che quindi abbia seguito i criteri minimi indicati dalla direttiva europea, non significa che nel bel Paese non siano presenti delle criticità. Secondo gli ultimi dati Istat, infatti, in Italia il divario di genere nel tasso di occupazione è ancora di 19,7 punti percentuali, in crescita rispetto all’anno precedente. E il tasso di occupazione femminile è al di sotto della media europea di oltre il 14%.

Inoltre, continuano ad essere tantissime le donne che ricorrono alla formula part-time per riuscire a conciliare lavoro e vita privata (il 16,5%). E se, nel confronto europeo, la quota di donne in part-time risulta essere nella media, a stupire è l’incidenza di quelle che ricorrono al lavoro a tempo parziale non per desiderio ma perché costrette dalle circostanze: si tratta di più della metà, contro una media europea di 2 donne su 10.

Estremamente indicativo, infine è l’indice di asimmetria nel lavoro familiare, che misura quanta parte del tempo dedicato al lavoro domestico è ricaduto sulle donne: il 61,8%.

Non c’è equilibrio senza servizi pubblici

Le misure sul lavoro sono solo un tassello del mosaico di soluzioni da mettere in campo per permettere un effettivo equilibrio tra lavoro e vita privata, che investa gli uomini tanto quanto le donne. La formula del congedo può dare un importante sostegno nei primi anni della vita di un figlio ma, senza un supporto di servizi educativi, ricreativi e di assistenza pubblici, le famiglie non saranno comunque in grado di barcamenarsi tra le esigenze di una famiglia e gli impegni di un’attività lavorativa. Secondo lo Statement di Epsu (European Public Services Union, il sindacato dei servizi pubblici in Europa) nella maggior parte dei Paesi dell’UE, i fondi e il personale dei servizi di assistenza sono assolutamente insufficienti. Un investimento, dunque, necessario. Senza un supporto dei servizi pubblici, nella maggior parte delle famiglie le donne rinunciano alla carriera, ricorrono al part-time o addirittura escono dal mercato del lavoro; altre, invece, cercano con fatica di coniugare cura della famiglia e responsabilità lavorative mettendo a repentaglio la propria salute fisica e mentale. Una soluzione evidentemente né adeguata né accettabile. 

 

di Martina Bortolotti